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M’editar is so good: pillola #5

Ciao a tutti e bentornati a M’editar is so good: pillole di auto editing.

In questo episodio, parliamo degli errori grammaticali più frequenti nella lingua italiana.

Prima regola del #WritingClub:
Non mettere la virgola tra il soggetto e il verbo!
Seconda regola del #WritingClub:
Il congiuntivo è tuo amico!
Terza regola…

gli avverbi sono il male (cit. Stephen King). Va bene, puoi usarne qualcuno, ogni tanto, se proprio devi, e non hai alternativa.

Nonostante l’italiano sia la nostra lingua madre, amata da poeti e grandi romanzieri, ci sono errori che vengono perpetrati e reiterati, con buona gioia del povero Dante che ha smesso di rigirarsi nella tomba e se ne lamenta di continuo. Non lo sapevi? Dai un’occhiata a “Se i social fossero sempre esistiti”.

Per la rubrica – pillole di autoediting – vediamo quali sono i più ostici e la regola grammaticale per non sbagliare mai più.

Cinque errori grammaticali frequenti

  • 1. L'Apostrofo

Temutissimo dagli scrittori di tutto lo stivale, l’apostrofo viene usato impropriamente, generando dubbi di ogni sorta. Per capire il suo utilizzo è bene partire dalla sua definizione:

l’apostrofo è un segno grafico che indica l’elisione, o caduta, della vocale finale atona quando precede una parola che inizia per vocale.

Il suo uso ha finalità fonetiche. Si usa, infatti, per generare armonia quando due parole rispettivamente terminano e iniziano per vocale. La caduta della vocale atona (non accentata) finale permette una pronuncia più agevole, migliorando l’armonia musicale dell’intera frase.

  • L'apostrofo si usa con gli articoli determinativi lo, la (e loro forme articolate); è ormai desueta, invece, l'elisione per l'articolo determinativo gli, quando incontra la vocale i (es. gl'incontri).
  • Con l'articolo indeterminativo una, mentre non si usa mai per le forme maschili.
  • Con le particelle pronominali ( mi, ti, ci, etc.);
  • Con gli aggettivi numerali (trent'anni; terz'ultimo, etc).
  • 2. Qual è, qual era, qual'erano

Nell’italiano odierno, un errore comune è scrivere qual è con l’apostrofo. La corretta grafia è quella che ne è priva, poiché:

si tratta di apocope vocalica, o troncamento, che non prevede alcun segno grafico.

Il troncamento è la soppressione della vocale atona finale, o di una sillaba, che avviene quando c’è un incontro di consonanti, per motivi di amornia fonica.

Qual si può definire una forma tronca, in quanto esiste nella sua forma autonoma quando precede una parola che inizia per consonante (qual buon vento, qual principio, etc.).

Analogamente la forma passata qual era segue la stessa regola.

Mentre, la forma qual’erano presenta l’apostrofo in quanto si tratta di elisione della forma quali erano.

  • 3. Apocope vocalica: eccezioni

Abbiamo visto che in caso di apocope, ovvero troncamento della vocale finale quando precede una parola che inizia per consonante, non si usa l’apostrofo o altro segno grafico.

Ci sono però delle eccezioni che generano altrettanti dubbi:

  • da, dà o da': le tre forme esistono in contesti diversi;

Nella sua funzione di verbo,  vuole l’accento per differenziarsi dalla preposizione semplice da; mentre si scrive con l’apostrofo (da’) in quanto eccezione alla regola dell’apocope vocalica quando si tratta della coniugazione verbale della 2a persona singolare nell’imperativo presente.

  • fa, fà o fà:

la forma corretta di fa è sempre senza accento, sia in veste di nota musicale che nella coniugazione della terza persona dell’indicativo presente del verbo fare. Presenta invece l’apostrofo (fa’) quando è eccezione alla regola dell’apocope vocalica quando si tratta della coniugazione verbale della 2a persona singolare nell’imperativo presente.

  • va, va' o và:

analogamente al verbo fare, la terza persona del singolare presente di andare (va) non si accenta mai.

  • di, di' o dì: esistono le tre forme, che cambiano in base al contesto:

Privo di accento o apostrofo di indica la preposizione semplice; la presenza di accento identifica, invece, il sostantivo , che indica il giorno; Il verbo invece non presenta mai accento, ma solo l’apostrofo nella 2a persona singolare dell’imperativo presente, in quanto eccezione alla regola dell’apocope vocalica.

  • po, po' o pò:

la forma corretta è po’ con l’apostrofo seguito da uno spazio che separa l’apocope dalla parola che segue ed è il troncamento di poco;

  • mo, mo' o mò:

la forma corretta è mo’ con l’apostrofo seguito da uno spazio che separa l’apocope dalla parola che segue ed è il troncamento di modo (a mo’ di esempio);

I verbi darefareandare e dire prevedono l’uso dell’apostrofo nell’apocope vocalica con la 2a persona singolare presente nell’imperativo. Le forme corrette sono pertanto da’fa’va’ e di’.

  • 4. Pronomi personali complemento indiretto "gli/a lui/a loro" e "le/a lei".

La stesura di romanzi e racconti implica la descrizione di luoghi, personaggi, azioni e dialoghi. Quante volte abbiamo letto una splendida introduzione rovinata poi da un semplice dettaglio?

I pronomi personali complemento gli (=a lui/a loro) e le (=a lei) ci permettono di riferirci indirettamente a una persona e sono spesso usati nei dialoghi diretti o indiretti.

La concordanza nei pronomi è molto importante, perché ci aiuta a definire se ci stiamo riferendo a un uomo o una donna e può diventare determinante quando si svolge un dialogo tra più personaggi:

  • Stavo raccontando a Federico che ho descritto Giuliano a Carla: le (=a lei) ho detto che è molto simpatico;
  • Luciano disse ad Alberta che il film che voleva vedere Giorgio era banale: " quando lo vedo gli (=a lui) voglio sconsigliare di vederlo."
  • "Ermanno ha invitato gli Arcimboldi a cena. Perché non venite anche voi. Gli (=a loro) farebbe piacere conoscervi."

Al posto di gli (3a persona singolare) è preferibile usare loro (3a persona plurale), che però richiede di essere usato sempre dopo un verbo. Perciò, nell’italiano contemporaneo è accettato usare gli anche nella forma plurale.

  • 5. Piuttosto con valore disgiuntivo

Grande piaga della lingua italiana, favorito dai media audio-visivi e la stampa1, è l’uso disgiuntivo dell’avverbio piuttosto.

È un avverbio che si usa davanti a preposizioni avversative e comparative e significa anzichéinvece.

Indica una preferenza rispetto a un altro elemento non un’alternativa.

Preferisco camminare piuttosto che prendere l’auto.

Significa

Preferisco camminare invece di prendere l’auto, non che entrambe le soluzioni mi vanno bene.

Nonostante i media utilizzino impropriamente questo avverbio per indicare il valore disgiuntivo che si esprime con la congiunzione oppure.

Pertanto è errato scrivere:

Preferisco camminare piuttosto che prendere l’auto, scegli tu.

In questo caso, infatti, viene attribuito all’avverbio il significato improprio di oppure, mi vanno bene entrambe le soluzioni.

Ho volutamente lasciato fuori l’uso del congiuntivo, per il quale è necessaria una trattazione a parte, l’uso della d eufonica, di cui abbiamo parlato nella pillola #1, e altri errori frequenti che vedremo più avanti in questa rubrica.

Occhi aperti e buona revisione!

Parole in Linea

Fonti:

USI DELL’APOSTROFO:

Grammatica Italiana;

Apocope – eccezioni: 

Treccani;

Esatta grafia di qual è: 

Treccani; 

Accademia della Crusca;

Pronomi personali complemento indiretto: 

Loescher

Treccani;

Piuttosto: 

Treccani

Focus Jr.;

 Nota: 1 Accademia della Crusca.

©️ Riproduzione riservata


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