In contrapposizione al latino, la lingua dei poeti e della religione, l’italiano nasce come lingua volgare. Si afferma nel XIII secolo, e vede tra i suoi esponenti più illustri Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio e San Francesco d’Assisi, per citarne alcuni.
Tuttavia, il passaggio dal latino all’italiano non è stato un cambiamento netto. Come ogni lingua, anche l’italiano si è formato mediante un processo di evoluzione nello spazio e nel tempo.
La nascita dell’italiano, e delle altre lingue romanze, trova le sue origini nell’Impero Romano e nella sua espansione.

L’incontro con nuove culture ha permesso alla lingua allora usata di evolversi e continuare a esistere fino a dividersi in nuovi ceppi, che oggi chiamiamo italiano, francese, spagnolo, portoghese, rumeno…

Dalla Comedìa di Dante Alighieri ai giorni nostri, la lingua italiana non si è di certo fermata, anzi, ha continuato a cambiare, così tanto da richiedere studi accurati e, in alcuni casi, addirittura le note a margine per comprenderlo. Chi di voi non ha mai temuto l’interrogazione sulla lettura della Divina Commedia? Da noi si appendeva fuori dalla classe un foglio con la celebre scritta “Lasciate ogne speranza, o voi ch’intrate“.

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Latino o Volgare

Dal latino al Sommo Poeta

I primi tentativi di scrivere nella lingua volgare non resero l’italiano la lingua ufficiale della penisola così rapidamente. Ricordiamo che, all’epoca, l’Italia era ancora divisa in ducati, repubbliche, stati e città fortificate. Il latino era utilizzato durante le funzioni religiose e lo Stato Pontificio era influente e presente, forte del potere temporale di cui si avvaleva in modo diretto.
C’è da dire che, già dai tempi dell’Impero Romano, il latino non era univoco: esisteva una forma scritta, usata per i documenti ufficiali e dai letterati; e una forma parlata, meno pura e più vicina per origini a quello che poi sarà il volgare italiano, arricchito dagli incontri culturali e dalle modifiche dialettali avvenute nei secoli.

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La lingua italiana

Una parola per ogni occasione

A differenza delle lingue germaniche e scandinave, asciutte, dirette, la lingua italiana vanta una molteplice gamma di parole per esprimere i concetti. La prima cosa che ho notato studiando il bokmål, la lingua norvegese, è la minore quantità di sinonimi per esprimere sentimenti, concetti, idee o, persino, per riferirsi agli oggetti. Probabilmente, entra in gioco la cultura e la storia di ogni paese, ma la lingua italiana sembrerebbe essere ricca di alternative linguistiche.

Del resto, la penisola italica è sopravvissuta a un impero vastissimo, le cui ceneri hanno dato vita a entità diversificate, dalle città-stato alle repubbliche marinare, alleanze e guerre, per non parlare delle invasioni, anche culturali, che ha visto susseguirsi nei secoli. Tra rimescolamenti e nuovi confini ha affrontato guerre di indipendenza e mondiali, sollevato e deposto monarchi fino ad abbracciare la repubblica. Eppure, ha sempre mantenuto una sua identità, sia pure frammentata in staterelli, la musicalità dei molteplici dialetti che a modo loro si capiscono – più o meno – fino ad adottarne uno da eleggere a lingua ufficiale.

Italiano 2.0

L’italiano nell’era della globalizzazione

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Il nuovo millennio ha aperto le porte a confini a una realtà molto più grande di quella che avrebbero mai potuto immaginare i poeti del Dolce stil novo o i romantici dell’Ottocento. Per la prima volta il mondo è alla portata di un clic.

Ecco che le nostre case sono state letteralmente invase, ma non dai lanzichenecchi o dai barbari delle montagne, bensì dal mondo.

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La radio, la televisione e, successivamente, computer e cellulari ci hanno permesso di interagire con persone che si trovano fisicamente dall’altra parte del pianeta e hanno portato nelle nostre case le loro lingue e le loro culture. A lungo termine, questo impatterà sul futuro della lingua italiana.

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Una su tutte ha lasciato un marchio indelebile nel nostro modo di parlare: l’America.

Gli U.S.A. con il loro sogno americano, già dai tempi del New Deal ci sussurravano le loro parole esotiche e accattivanti, ma è con l’era di internet che l’inglese è diventato quasi una seconda lingua.

Italiano 2.0

Io no spik inglish… but neanch’ italian

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Io no speak inglish

Io no spik english, così recitava un film di Paolo Villaggio del 1995, a sottolineare l’importanza della lingua inglese nelle nostre vite. Ormai si insegna a scuola regolarmente, ed è normale ascoltare pubblicità interamente in lingua inglese – nonostante stiano cercando di vendere un prodotto a persone madrelingua italiana – o guardarsi una serie televisiva in lingua originale.


Amo l’inglese, la sua musicalità, il modo stringato con cui è possibile condensare concetti che in italiano hanno bisogno di molte, spesso troppe, parole. Amo la sua capacità di farmi parlare con persone di tutto il mondo, di come può rendermi davvero cittadina del mondo (tranne in Russia o in Francia… lì si parlano le lingue ufficiali, non se ne esce, almeno nella mia esperienza), e più di una volta mi ha risolto i problemi. Soprattutto mi piace la possibilità di tradurre i romanzi dall’inglese all’italiano e, nel mio piccolo, rendere la letteratura davvero globale.

Però, la dilagante tendenza a seguire le mode d’oltreoceano ha importato anche la necessità di conformarci e raggomitolarci tutti nel cantuccio caldo e sicuro dell’imitazione.

Ecco, allora, che ascolto i ragazzi parlare tra loro e mi rendo conto che il 50% delle parole che pronunciano – omettendo i congiuntivi sbagliati – sono straniere. Complici i media che ci bombardano, ma anche gli adulti che mescolano l’italiano e l’inglese in una sorta di minestrone italish.

Allora, mi raccomando domattina tutti nella conference room alle 8:00 per il briefing prima del meeting, e mi raccomando per il lunch una cosa light, magari un brunch col catering, così poi: coffee break, un ultimo sprint e portiamo a casa la giornata con i report sulle performance. Dopo la call con il boss vi mando l’agenda su Whatsupp®, mi raccomando stay tuned!

Ring any bell?

Pardon, non ho resistito. Visto quanto è semplice usare parole straniere? Questo però limita e, in alcuni casi mortifica, la nostra meravigliosa lingua. Soprattutto, se a mescolare le lingue è qualcuno che non parla correntemente la lingua inglese e si scontra con specchi liscissimi e scivolosi non appena la conversazione passa in acque britanniche.

Se il contesto è internazionale è opportuno parlare la lingua comune a tutti, ma usare parole anglofone o straniere solo per darsi un tono, chiedere a tutto il personale – non lo staff, non il team – di presentarsi un’ora prima in ufficio per fare il punto della situazione, per indire una riunione che brucerà inesorabilmente tutta la pausa pranzo, per poi lavorare a testa bassa fino a sera non è poi così cool, vero?

Il galateo del perfetto italiano

Italish – non cadere in tentazione

Per aiutarti a moderare l’uso degli anglicismi, ovvero dei termini inglesi nelle conversazioni, ho pensato a un elenco di occasioni in cui ha senso utilizzarli e altre situazioni in cui si rischia solo di mostrarsi ridicoli e insicuri.

Il galateo del perfetto italiano

Occasioni in cui è ammesso l’uso della lingua inglese

  • Ambiente lavorativo che richiede l’uso di termini tecnici internazionali e univoci;
  • Ambiente lavorativo internazionale, in cui l’uso dei termini anglofoni aiuta la comunicazione e la comprensione delle regole comuni;
  • Ambiente lavorativo che tratta prodotti o servizi destinati all’estero e/o clienti finali che, pur risiedendo in Italia, sono madrelingua straniera;
  • Scambio culturale e bar letterari: esistono bar in cui ci si incontra per far pratica in una lingua straniera con una persona madrelingua e in cambio si parla la propria; in caso di problemi si ricorre all’inglese;
  • Sono presenti persone che non parlano correttamente italiano.

 

Occasioni in cui è meglio evitare l’uso della lingua inglese

  • Ambiente lavorativo italiano al 100%, che si occupa di prodotti e servizi italiani, destinati agli abitanti autoctoni della penisola italica;
  • Conversazione tra madrelingua italiani. Abbiamo tanti termini: usiamoli!;
  • Campagna pubblicitaria e presentazioni di un prodotto a un pubblico italiano. Hai presente quando un autore definisce il proprio romanzo mainstream? Ecco.

Dillo in italiano

La funzione sociale dello scrittore

Uno scrittore ci trasporta nel suo mondo e ci fa sognare e per farlo usa la propria lingua. Uno scrittore di romanzi professionale è anzitutto uno studioso della lingua italiana, delle tecniche di scrittura e lavora costantemente sul proprio registro e stile linguistico.

Lo scrittore è un importante ambasciatore della lingua italiana.

Grazie ai romanzi si impara indirettamente a scrivere in italiano corretto, per questo è così importante curare la forma e il contenuto del tuo romanzo, avvalersi dei professionisti del settore (di cui ti ho parlato qui) e rileggere sempre il manoscritto a caccia di refusi e orrori.

Lo scrittore è ambasciatore della lingua italiana quando scrive, quando si interfaccia sui social network, quando presenta il proprio romanzo nelle librerie di fronte a un pubblico e, per questo, deve parlare in italiano corretto. Compreresti mai un libro da uno scrittore che non sa mettere insieme due parole di italiano senza ricorrere a un anglicismo?

Se vuoi presentarti come uno scrittore professionista di romanzi o di saggi cura l’italiano ed evita gli anglicismi ogni volta che ti è possibile.

In questo, l’abitudine e l’ambiente che ci circondano non ci rendono facile parlare sempre in italiano. I media e i dispositivi che usiamo ogni giorno ci abituano a usare termini stranieri. Ecco che quando ci sediamo a scrivere il romanzo dei sogni non ci vengono le parole giuste, oppure – peggio – sappiamo cosa dire, ma in inglese!

Per i dubbi più semplici ho preparato una lista di parole che abitualmente diciamo, o ascoltiamo, in inglese e accanto ho scritto il corrispettivo italiano. Se hai suggerimenti scrivili nei commenti: più lista diventa lunga meglio è!

Dillo in italiano

Corrispondenza Inglese → Italiano

  • Abstract = riassunto, sintesi. Usato per gli articoli scientifici;
  • All inclusive = tutto incluso, tutto compreso, pacchetto completo, niente extra;
  • Anti-age = antietà, contro l’invecchiamento, antirughe (nelle creme);
  • Asap (As soon as possible) = Appena possibile; Il prima possibile; Quanto prima;
  • Audience = pubblico;
  • Award = premio;
  • Background = sfondo (nei quadri e ambienti), esperienza (inteso come formazione personale);
  • Backstage = dietro le quinte, dietro al placo, retropalco;
  • Badge = tesserino magnetico; cartellino; targhetta identificativa;
  • Beauty center = centro benessere, centro bellezza;
  • Brand = marca;
  • Brand strategy = strategia per valorizzare la marca;
  • Call/Call Conference = Telefonata, conferenza/riunione telefonica;
  • Card = tesserino, tessera;
  • Cash = contanti, denaro contante;
  • Catering = servizio di ristorazione per eventi;
  • Chewing gum = gomma da masticare;
  • Coffee break = pausa caffè;
  • Concept = idea, progetto;
  • Deadline = scadenza;
  • Editing = revisione, correzione;
  • Feedback = opinione, commento, riscontro, giudizio, valutazione;
  • Feeling = coinvolgimento, sentimento;
  • Fashion = moda;
  • Finger food = antipasto, stuzzichini;
  • Format = modulo;
  • Gift card = tessera regalo;
  • Ginger = zenzero; Per i capelli: rosso;
  • Happy end/ending = lieto fine. Segnatevelo scrittori!
  • Headline = titolo;
  • Human resources = risorse umane;
  • Interview = intervista, colloquio;
  • Light = dietetico (alimenti), leggero, luminoso;
  • Lip gloss = rossetto, lucidalabbra;
  • Location = ambiente; sito; luogo; posizione;
  • Love story = storia d’amore;
  • Low cost = economico;
  • Lunch = pranzo;
  • Make up (artist) = trucco (truccatore);
  • Meeting = riunione;
  • Mission = obiettivo, missione;
  • Misunderstanding = equivoco;
  • Nickname = pseudonimo;
  • News = Notizie, ultime notizie, ultime novità; aggiornamento (notizie di);
  • Novel = Romanzo;
  • On air = in diretta;
  • Outfit = abbigliamento, completo;
  • Outlining = pianificazione;
  • Party = festa;
  • Performance = risultato;
  • Plot = trama, intreccio;
  • Privacy = nell’uso personale: riserbo; riservatezza;
  • Problem solving = risoluzione dei problemi;
  • Rating = classifica;
  • Recap = riassunto;
  • Red Carpet = tappeto rosso;
  • Review = revisione/ripasso e recensione;
  • Serial killer = assassino seriale;
  • Shock = trauma;
  • Short story = racconto/storia breve;
  • Skill = abilità;
  • Smart = intelligente, brillante, furbo;
  • Stalker = persecutore;
  • Storytelling = racconto, narrazione;
  • Sugar free = senza zucchero;
  • Texture = consistenza;
  • Ticket = biglietto;
  • Trend = moda, tendenza; andamento economico, direzione;
  • Tutorial = guida esplicativa, lezione;
  • User friendly = intuitivo, facile da usare, semplice;
  • Vintage = d’annata, d’epoca;
  • Vision = visione, ideale, obiettivo;
  • Webinar = seminario interattivo su internet;
  • Workshop = seminario, laboratorio;

L’elenco sopra è solo un esempio per aiutarti a scegliere i termini italiani al posto delle parole inglesi e contribuire alla diffusione e alla salvaguardia della lingua italiana, vera funzione sociale di ogni scrittore. Come ho scritto sopra, la lingua italiana è una creatura mutevole e cambia in base all’uso che ne facciamo. Più la coltiviamo, la parliamo e teniamo alla sua sopravvivenza e maggiori saranno le possibilità di trasmetterla ai nostri figli e nipoti. Inevitabilmente la lingua italiana cambierà, ma vuoi davvero che diventi una sorta di dialetto inglese?

Ci sono altri termini da aggiungere alla lista? Hai trovato termini inglesi non necessari in un romanzo? Scrivi nei commenti!

Buona lettura,

©️ Riproduzione riservata

Parole in Linea

Mi chiamo Bianca, anche se la mia carta di identità dice altro, ma ormai le persone mi conoscono con questo nome e soprattutto sembra riescano a pronunciare meglio il cognome teutonico che quello ufficiale... Da qualche anno mi sono avvicinata alla traduzione, all'editing e alla correzione di bozze, studiando e facendo pratica e ora mi sto addentrando nell'ambito dal punto di vista professionale anche se, in effetti devo dire che, se vogliamo vederla sotto l'ottica della revisione, mi sono sempre occupata di editing, solo che prima facevo "editing aziendale e amministrativo". Dopo 10 anni passati a "litigare professionalmente" con avvocati e commercialisti, ingegneri e compagnia bella, ho capito che se sono sopravvissuta a loro posso affrontare gli autori... Del resto ormai sono a un bilancio dall'inferno e lì, si dice, di revisori ne cercano parecchi per rimettere in riga le anime.

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