Le basi per un romanzo di successo sono la correttezza ortografica e grammaticale. Scrivere una prosa corretta e fluente è la chiave per appassionare il lettore alla trama. L’ultimo decennio ha visto fiorire nuove categorie di autori, complice il selfpublishing, che ha abbassato notevolmente l’asticella della qualità.

Lungi da me sostenere che tutta la produzione in autopubblicazione sia di qualità mediocre, anzi: ci sono autori che curano la propria edizione anche più a lungo di una casa editrice,  dedicandogli tempi commercialmente non sostenibili da un’azienda e proponendo al grande pubblico un prodotto di pregio. Il rovescio della medaglia vuole che esista anche la controparte: scrittori che scrivono di getto, rileggono (forse) frettolosamente, ansiosi di caricare il proprio gioiello su internet.

La situazione è grammatica

Come suggerisce il noto hashtag comparso su internet, la possibilità di immettere sul mercato editoriale prodotti non curati, né riletti e assolutamente non editati, ha impoverito le nuove generazioni.

Gli adolescenti di oggi sono letteralmente circondati da romanzi a buon mercato, spesso anche gratuiti, scritti senza stile, con buchi di trama, ortografia in vacanza, semantica suicida e grammatica non pervenuta.

La naturale conseguenza di romanzi sgrammaticati e non editati è quella di non far percepire più l’errore in quanto tale.

Pochi ci riescono: amanti dello studio, persone con occhio clinico, adulti che leggevano già prima della grande rivoluzione del selfpublishing, professionisti del settore, come editor e correttori di bozze.

Ecco che questi lettori attenti diventano voci fuori dal coro, scrivono recensioni negative che vengono spesso additate come recensioni fake o haters (per capire come riconoscere una recensione vera da una falsa leggi questo articolo).

Ogni novello Shakespeare desidera solo essere osannato al minimo sforzo possibile. Ha scritto il suo Bestseller e lo ha donato al mondo. Come osano gli incompetenti non capirlo e criticarlo?

Eppure, senza saperlo, commettono tutti gli errori per far fuggire i lettori: dalla pistola di Cechov che non spara, fino all’insulto dei propri detrattori, senza valutare nemmeno per un secondo la possibilità che nel proprio capolavoro possa annidarsi qualche erroruccio da rivedere.

Quando la Grammatica diventa Nazi

Al pari di tutte le altre lingue vive, la lingua italiana è mutevole. Cambia nel tempo adattandosi alla società, alle esigenze e, in parte anche, alle mode.

La globalizzazione ha introdotto molti termini stranieri che il bel paese ha prontamente adottato e, in alcuni casi, italianizzato: facciamoci un selfie, chiamami asap – letto rigorosamente “asap” e non “as soon as possible”–, brandizzare, photoshoppare, e chi più ne ha più ne metta. Le contaminazioni linguistiche producono sempre un cambiamento che mantiene viva la lingua, modificandola, e modernizzandola. Il rischio di inquinarla è sempre dietro l’angolo e quando rischia di perdere la propria identità ecco che si formano le correnti estremiste.

Approfondimento:

Io speak italiano.

Ci sono persone che si sentono in dovere di difendere la purezza, le origini e le regole di questo italiano che, come dice Enrico Brignano:

“[…] è figlio del greco e del latino, che sono due lingue morte: e quando uno ha due genitori morti, non è che parte avvantaggiato”.

Scherzi a parte, lasciar morire la lingua italiana in nome delle contaminazioni eccessive, del dileggiamento delle origini, del vocabolario povero, dovuto spesso a letture simili a quelle che hanno ispirato il romanzo tanto criticato, l’incapacità di mettersi in discussione e accettare le critiche costruttive sarebbe un peccato e Lo Sommo Nasone, come amo chiamarlo, potrebbe diventare più che suscettibile e tornare a infestare la nostra penisola al fine di bruciare ogni singola copia del suo (vero) capolavoro al grido di “Il grammar nazi vincerà sempre sul male!”

Il problema nasce dall’eccessiva (auto)indulgenza con cui si accettano errori seri e la tendenza agghiacciante ad attaccare chi osa muovere una critica, per amore della professionalità che c’è dietro a un buon romanzo e, ammettiamolo, per un dilagante politicamente corretto che alla fine porterà all’anarchia.

Anche perché c’è da tenere in considerazione il patto con il lettore, cui potrebbe un po’ bruciare aver buttato via denaro e tempo che non torneranno mai più indietro in un prodotto mediocre.

La componente psicologica

Tutti ci troviamo prima o poi nella condizione di criticare il lavoro altrui: una fila troppo lunga, un oggetto non conforme alle specifiche, un ritardo che ci rovina la giornata, un romanzo scritto male. Può capitare ed è perfettamente normale. Quando però la media giornaliera supera la quota annuale si diventa intransigenti. Questo porta a criticare ancora di più e, in alcuni casi, a diventare prevenuti, a difendersi.

Altre volte, la componente che porta l’autore all’insuccesso e ricevere critiche negative è prettamentamente psicologica: l’insicurezza, la fretta di emergere.

Complice il super-giudizio cui i social networks hanno abituato la mente umana che provoca un’ansia da prestazione che porta a criticare negli altri gli stessi errori che riconosciamo inconsapevolmente in noi. Il rischio è di non criticare più il prossimo, ma noi stessi. Solo che l’altra parte non lo sa.

La critica esasperata della grammatica e dell’ortografia, trascendendo il contesto e l’educazione, viene associata alla rigidità dei regimi e le persone che la praticano sono etichettate come Grammar Nazi.

Capire quale tipo di Grammar Nazi ci troviamo davanti è utilissimo per dirimere la controversia. Prima di rispondere a tono (anche se l’istinto omicida potrebbe prevalere dopo una giornata storta) fermati e rifletti.

Quando mi arrivano delle critiche, che mi sembrano aspre e non riesco a capire i toni effettivi, perché è più difficile capire il tenore di un post rispetto a una conversazione vis à vis, mi pongo queste domande:

  1. È personale? Questa persona ce l’ha veramente con me? Oppure, ha il suo problema è a monte, ma lo sfoga su di me?

  2. La sua critica è fondata? Sta cercando di aiutarmi?

  3. Ci sono punti sui quali posso ribattere in modo educato? (Ad. es.: mancanza di rispetto, insulti, etc).

  4. Blocco e vado avanti? (Santo chi ha inventato la funzione “Blocca” sui social network!)

  5. Ringrazio e valuto la critica?

  6. Mi sento felice di non essere così?

  7. Cosa posso trarre di positivo da questa esperienza?

  8. Posso infilare quella persona in uno dei miei romanzi e ucciderla in modo orribile? (Ogni scrittore che si rispetti l’ha fatto almeno una volta nella vita).

Se poi l’altra parte cerca la lite allora mi metto l’anima in pace e passo ad altro. Vivo la mia vita. Certo, ci sono giorni in cui è difficile e, come si dice a Roma, “me parte ‘a ciavatta“; altri in cui sono felice di non avere tutto quel livore ad accompagnarmi.

Quale che sia la ragione che porta una persona a criticare il lavoro altrui, sembrerebbe che l’attaccamento alla grammatica e all’ortografia risieda principalmente nell’associazione al duro lavoro e ai primi successi dell’infanzia, all’età in cui si impara a scrivere. Una fase molto importante dello sviluppo e delle prime certezze che definiscono il sé e le proprie capacità (no, non sono una psicologa, ma è affascinante, non trovi?).

Ricordi quante volte ti hanno corretto nell’infanzia? I toni? Ti veniva spiegato l’errore? Quanto ti è costato vedere le note rosse sui temi? Come la prendeva il compagno con problemi di apprendimento? Lavorava il doppio? Gli scocciava vedere negli altri errori dovuti all’ignoranza quando lui sputava sangue per colmare le lacune?

Mi ricordo che alle elementari, quando commettevo un errore, alcune maestre gridavano, come se avessi appena sacrificato un compagnetto agli dèi oscuri di Dungeon & Dragons e questo ha influito molto sul modo in cui mi rapporto alle critiche. Prendo in considerazione solo le persone in grado di esprimersi in modo educato e con i giusti toni.

Purtroppo, i Grammar Nazi non sempre rispettano chi criticano e spesso passano agli insulti, perdendo ogni ragione – motivo che gli è valso questo triste soprannome.

Se vuoi correggere la grammatica a qualcuno, assicurati di scrivere in modo perfetto e scevro da errori.

Ovviamente, non devi giustificare tutto, solo ricordarti che dall’altra parte della tastiera c’è una persona e il rispetto deve essere alla base di ogni incontro/scontro e non essere attaccabile per lo stesso errore.

L’abito non fa il monaco

Durante il regime nazista si bruciavano i libri, oggi si vorrebbe “bruciare” chi difende la grammatica italiana, ma essendo reato ci si limita agli insulti e al (cyber)bullismo o, peggio, alla diffamazione – che, ricordiamolo, è un reato.

Grammar Nazi è un’etichetta affibbiata alle persone che hanno la tendenza a correggere e criticare gli errori grammaticali altrui con piglio severo e inflessibile.

Come ogni marchio di riconoscimento tende, da un lato, a dividere in fazioni; dall’altro, a creare unione. Peccato che l’associazione in questione comprenda la parola Nazi (= Nazismo), che è un pericoloso estremismo.

Un più naturale e sobrio equilibrio vorrebbe una divisione tra Autore, che studia, si migliora, scrive, si domanda come progredire nel proprio percorso stilistico; Editor e Correttore di bozze, ovvero i professionisti del settore e tutti cololoro che aiutano professionalmente l’Autore in questa ricerca; e il Lettore, destinatario del prodotto finito, frutto di lavoro, studio e passione sul quale esprime liberamente una propria valutazione, nel rispetto e nell’educazione.

Non mi fraintendere, esistono ancora oggi quelle figure mitologiche che ricevono una critica costruttiva, ringraziano e la esamiano, la confrontano e cercano di trarne il meglio e di crescere grazie a essa e sono i Grandi Autori e quelli sulla via buona per diventarlo. Sono pochi, o lo sembrano, perché non si mettono a litigare né offendere i propri lettori, né detrattori.

Per cui quando senti nell’aria accuse di Grammar Nazi, scartate le componenti psicologiche, comincia a pensare che forse chi ha ricevuto la critica non ha la mentalità così aperta da ammettere la remota possibilità di aver commesso un errore e che il suo lavoro ha margine di miglioramento. La verità è sempre nel mezzo e sui social network i toni si accendono facilmente: non aggiungere benzina etichettando il prossimo come un Nazista della Grammatica (vedi come suona brutto in italiano?). Non mi stancherò mai di dirlo, ma se vuoi essere uno Scrittore devi rispettare chi ti circonda, a partire dai tuoi detrattori (certo, nei limiti dell’umana sopportazione) e le etichette non sono il modo migliore per farlo.

Per tutto il resto c’è un sano: “Blocco e vado avanti”.

Un termine che ho molto apprezzato in alternativa al Grammar Nazi è quello usato dalla sociolinguista Vera Gheno in uno dei suoi saggi – non ti dico quale così te li spulci tutti, che sono interessanti –, che è #GrammAmante!

Qual è la tua esperienza? Hai mai incontrato Grammar Nazi o ti hanno chiamato così? Come hai reagito? Condividi la tua esperienza nei commenti.

Buona scrittura,

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Romana di nascita, nordica nel cuore, editor nell'animo. Amo la natura, i gatti e i paesi scandinavi, mi piace leggere, scrivere e viaggiare.
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